Il nero differisce di significati a seconda delle culture e dei contesti: in Italia indica il colore del lutto, nelle tribù Masai quello della prosperità, nella moda è il colore eterno dello chic e dell’eleganza. Il nero è l’assenza di colore, il buio, l’abisso, la paura, la cieca ricerca di qualcosa, il vuoto.
Il nero si è trovato ad assumere un nuovo significato durante la 75° edizione della premiazione dei Golden Globe. L’evento, tenutosi il 7 gennaio 2018 al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills in California, oltre ad aver premiato i migliori film e attori dell’anno appena concluso, ha reso tutti partecipi al sostegno della stessa causa: la denuncia degli abusi e delle violenze subite sul luogo di lavoro.
Senza ripetere i nomi delle persone ree di questi abomini, attori, attrici e registi si sono uniti simbolicamente e attivamente indossando (quasi) tutti lo stesso dress code: abiti neri, talvolta accompagnati da una spilla marchiata “Time’s up”, per sostenere la stessa campagna.
Da Meryl Streep a Nicole Kidman, da Laura Dern a Diane Kruger, tutte si sono rese protagoniste del red carpet con abiti monocromatici, ma non per questo meno stupefacenti rispetto alle scorse edizioni: infatti l’eleganza scaturita dai long dresses di Dolce&Gabbana, Versace, Giambattista Valli, Dior e molti altri non hanno di certo messo in ombra il fashion mood tipico di questi eventi, anzi. Gli abiti impreziositi da paillettes, strascichi, piume, pizzi e gioielli hanno dato all’intera serata un tocco di eleganza, charme e raffinatezza che mancava, a mio parere, da un po’ di tempo.
Al di là del colore simbolo dell’evento per l’abito, c’è stato chi ha voluto esprimere il suo sostegno anche con il make-up: è il caso dell’attrice Emma Stone, la quale ha giocato con i colori viola, bianco e verde, ovvero i tre colori delle bandiere e delle spille indossate dalle prime femministe di inizio Novecento, le Suffragette.
Il vincitore, a livello di premi, è stato il film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” del regista Martin McDonagh (premiato anche per il Miglior film drammatico), ma la vincitrice morale della serata è stata certamente Oprah Winfrey. La presentatrice è stata la prima afroamericana a ricevere il Premio alla Carriera ed è stata inoltre l’autrice di un monologo osannato da applausi e standing ovation che ha emozionato il pubblico intero. Nel suo discorso, oltre a raccontare di quando Sidney Poitier è stato il primo nero a ricevere l’Oscar, fa inevitabilmente riferimento al nuovo progetto ma in generale alla nuova visione che tutti noi ora dobbiamo avere: “Time’s up”, “il tempo è finito”. È finito il tempo delle molestie, degli abusi psicologici e fisici, delle discriminazioni di genere. È scaduto il tempo di tacere davanti a tutto questo. In quella sala, questa nuova ideologia era sostenuta da tutti, che fosse con un abito, con una spilla o anche solo con il pensiero.
Sì, perché nonostante non tutti abbiano seguito il dress code prestabilito (vedi la presidentessa della Hollywood Foreign Press Association Meher Tatna, la modella tedesca Barbara Meier e l’attrice Blanca Blanco), non significa di certo che abbiano respinto la causa, ma semplicemente che abbiano voluto sostenerla privatamente, senza doverlo ostentare davanti al mondo intero. La scelta di non aderire all’iniziativa del black dress code ha scaturito non poche polemiche, a mio dire assolutamente paradossali: “Time’s up” infatti sostiene proprio la causa contro gli abusi e i vari tipi di discriminazione. Ma additare delle persone per non essersi conformate (in questo caso) a un colore, non è essa stessa una forma di discriminazione?
La mia risposta a tutto questo? Tornate al titolo dell’articolo.
Francesca Berteotti

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